63) Bruner. Al di l della scuola attiva.
Dopo la Conferenza di Woods Hole (1959) Jerome Seymour Bruner
divent negli Stati Uniti uno dei protagonisti del nuovo indirizzo
educativo tendente a riformare metodi e programmi scolastici. In
questo saggio, pubblicato nel 1961, Bruner compie una rilettura
critica dei princpi contenuti ne Il mio credo pedagogico di John
Dewey e sostiene la necessit di andare al di l di una concezione
educativa che, come l'attivismo, privilegia gli interessi
immediati e l'esperienza di vita del fanciullo. La scuola oggi non
deve limitarsi ad assicurare una continuit con la vita, ma deve
introdurre nuovi orizzonti di esperienza e nuovi traguardi, per
favorire lo sviluppo delle potenzialit intellettuali di ogni
individuo. A questo scopo Bruner propone nella scuola
l'apprendimento delle strutture o idee organizzatrici interne
a ogni materia, che costituiscono un efficace mezzo per ampliare e
soprattutto a organizzare le conoscenze dello  studente.
J. S. Bruner, Dopo Dewey.
L'ottimismo di J. Dewey.
Nel 1897, all'et di 38 anni, il filosofo ed educatore americano
John Dewey (1859-1952) pubblic uno scritto sensazionale e
profetico dal titolo: Il mio credo pedagogico, che conteneva
alcune fondamentali idee dell'autore, sviluppate poi in un secondo
tempo.
Siamo di fronte a cinque atti di fede. Il primo riguarda il
processo educativo e afferma:
Tutta l'educazione si svolge nel senso di una progressiva
partecipazione dell'individuo alla coscienza sociale della sua
gente. Questo processo ha inizio, inconsapevolmente, presso che
dalla nascita e plasma di continuo le capacit dell'individuo,
offre contenuti alla sua coscienza, forma le sue abitudini,
esercita la sua capacit ideativa e ne desta i sentimenti.
Un secondo articolo di fede precisa il concetto che il Dewey aveva
della scuola:
Poich l'educazione  un processo sociale, la scuola 
semplicemente una forma di vita comunitaria in cui si accentuano
tutti i fattori particolarmente atti a rendere il fanciullo
partecipe delle risorse ereditate dalla sua gente e a metterlo in
grado di servirsi delle sue capacit per fini sociali. Pertanto
l'educazione  essa stessa vita, e non gi preparazione alla vita
futura.
In un terzo credo Dewey parla dell'oggetto dell'educazione:
La vita sociale del fanciullo  il principio unificatore di tutta
la sua educazione o del suo sviluppo. La vita sociale conferisce
un'inconsapevole unit ed uno sfondo ad ogni suo sforzo e ad ogni
sua iniziativa... Il vero centro [dell'apprendimento]... non 
nella scienza o nella letteratura, o nella storia, o nella
geografia, ma nelle attivit sociali del fanciullo.
In un quarto articolo trova espressione la concezione del Dewey
sul metodo educativo:
La legge che indica come debbano essere presentati e svolti i
contenuti dell'insegnamento  quella implicita nella natura stessa
del fanciullo. Per il Dewey, la legge educativa era nell'azione:
L'attivit precede la passivit nello sviluppo della natura del
fanciullo. Io credo che la consapevolezza sia essenzialmente
motricit e impulso, che la vita cosciente aspiri a concretarsi in
azione.
E finalmente ecco la quinta convinzione del Dewey:
L'educazione  il metodo fondamentale di ogni progresso e di ogni
riforma sociale.
Oggi leggiamo questo documento con contrastanti sentimenti.
L'ottimismo che l'informa, nella sua negazione dell'aspetto
tragico della vita,  tipicamente americano. Vi  la definizione
della verit, secondo la tesi pragmatista, come risultato di una
indagine sulle conseguenze dell'azione; e vi si esprime una ferma
fiducia non solo nella capacit dell'individuo di svilupparsi, ma,
altres, in una societ capace di formare l'uomo nel migliore dei
modi. Le ultime righe di questo credo dicono: Ogni maestro
dovrebbe sentire la dignit della sua vocazione: al servizio della
societ,  suo compito conservarla nell'ordine giusto ed assi
curarne un ordinato sviluppo. In questo senso ogni maestro 
sempre profeta del vero Dio, e introduce al regno dei cieli.
Tuttavia, queste stesse espressioni di sicurezza e di equilibrio,
e cio l'ottimismo, il pragmatismo, la fiducia in un armonico
rapporto tra l'uomo e la societ, ci lasciano assai perplessi. In
questi ultimi due terzi di secolo, dal 1897 ad oggi, vi sono stati
profondi cambiamenti non solo nella nostra concezione della
natura, ma anche in quella della societ e del complesso delle
istituzioni sociali; e, fatto forse pi importante, noi abbiamo
sperimentato una rivoluzione nei nostri convincimenti sulla natura
dell'uomo, sulla sua intelligenza, sulle sue possibilit, passioni
e forme di sviluppo.
Il pensiero del Dewey non era certo insensibile ai mutamenti,
nonostante le limitazioni poste dalle sue premesse filosofiche.
Ma, dall'epoca della prima formulazione dei princpi del Dewey ai
giorni nostri, una serie di dottrine rivoluzionarie e di
avvenimenti catastrofici  venuta a trasformare lo spirito stesso
della ricerca. Le due guerre mondiali, il nefasto avvento di
Hitler e del genocidio, la rivoluzione russa, le nuove concezioni
rivoluzionarie relativistiche, in fisica e in psicologia, l'era
dell'energia atomica con la sua nuova tecnologia, l'amaro
predominio delle filosofie scettiche: sono tutti avvenimenti che
costringono a ripensare i princpi in base ai quali costruire una
filosofia della educazione.

Premesse ad un esame dei princpi ottimisti del Dewey.
Riesaminiamo perci codesti princpi guidati da ci che oggi
sappiamo sul mondo e sulla natura umana.
Sar per anzitutto opportuno prevenire la possibilit di alcuni
fraintendimenti per i quali c' largo campo in una impresa come
questa. Chi scrive ha sempre presenti le esperienze del proprio
tempo, ed il Dewey aveva dinanzi a s, nel 1890, lo spettacolo di
un metodo educativo sterile e rigido, incapace di tenere
adeguatamente conto della natura del fanciullo. L'entusiasmo con
il quale il Dewey consider l'importanza dell'esperienza diretta e
della azione sociale, fu una critica implicita al vuoto formalismo
di un'educazione che tanto poco si preoccupava di porsi in
rapporto con il mondo dell'esperienza infantile. Dewey ha fatto
molto per promuovere una riforma; ma ogni eccesso pu mutarsi in
difetto e noi, oggi, dobbiamo appunto riconsiderare l'educazione
tenendo presente che un tale eccesso c' stato nell'applicazione
dei princpi del Dewey, che furono spesso mal interpretati o
seguiti con una aderenza pratica d'ordine sentimentale, che egli
stesso deplorava. Dopo l'accidia e il torpore intellettuale, dopo
il formalismo e la routine, egli scriveva nel suo Credo, la nostra
educazione non potrebbe essere minacciata da un nemico peggiore
del sentimentalismo.
Il culto sentimentale dei progetti di classe, dei corsi di
adattamento alla vita, il timore di esporre il fanciullo a
pericolosi sbalzi dovuti al diretto intervento dell'uomo e della
natura turbando cos il piacevole regno della sua esperienza, il
concetto dolciastro di tempo giusto: sono tutte idee sulla
fanciullezza, che spesso non hanno alcuna base nell'esperienza e
che vengono giustificate in nome del Dewey. Egli fu certo di
grande aiuto per la vita del suo tempo. Ma, che cosa  valido per
il nostro tempo, in che termini dobbiamo esprimere il nostro
credo?.
L'educazione tende a sviluppare la sensibilit e la forza della
mente. Il suo compito  duplice: da un lato essa trasmette
all'individuo una parte del sapere, dei costumi e dei valori,
accumulati nel tempo, che costituiscono la cultura di un popolo;
ed in tal modo forma gli impulsi la coscienza, ed uno stile di
vita negli individui. D'altro lato, l'educazione deve contribuire
allo sviluppo dei processi intellettivi e far s che l'individuo
sia capace di procedere al di l delle forme culturali del mondo a
cui appartiene, di essere in grado, cio, di innovazioni, sia pure
modeste, e di crearsi un'interiore cultura personale; e poich non
esistono discipline avulse dall'uomo, si tratti di scienza,
d'arte, di storia o di geografia, ogni uomo deve mirare a divenire
un artista, uno scienziato un letterato, uno storico o un
navigatore. Ma a nessuno  possibile giungere al possesso di tutto
lo scibile: , questa, se mai, una prerogativa di ci che potrebbe
definirsi una memoria sociale, e che noi denominiamo cultura.
Ogni uomo rivive solo un frammento di questa cultura; la sua
interezza  consiste piuttosto nel crearsi una visione propria
del mondo, movendosi da quella parte della sua eredit culturale
della quale si  impadronito in virt dell'istruzione.
Ma vi  da tener presente che oggi le scoperte della tecnica
gravano pesantemente sulla libert dell'individuo di crearsi una
visione del mondo capace di soddisfare le sue pi profonde
esigenze, mentre la nostra epoca ha assistito al sorgere delle
ideologie che subordinano l'individuo ai fini specifici di una
societ: e si tratta di una forma di condizionamento priva, molte
volte, di ogni comprensione per le tendenze personali, cos da
giudicare positivamente solo il contributo strumentale
dell'individuo al progresso sociale. Nonostante questo
condizionamento, la comprensione che l'uomo ha di se stesso e del
suo mondo, naturale e sociale, si  venuta approfondendo, al punto
da giustificare per la nostra epoca la denominazione di epoca
d'oro dell'intelletto. Il futuro ci richiede ogni nostro impegno
affinch questa pi profonda comprensione sia utile non soltanto
al progresso della societ, ma altres a quello dell'individuo.
Anche il Dewey, e sono passati molti anni, afferm che
l'educazione nasce dalla partecipazione dell'individuo alla
coscienza sociale della sua gente:  una verit; ma si tratta di
una verit a doppio taglio, poich ogni istruzione, buona o
cattiva, nasce in tal modo. Per fare un solo esempio, noi sappiamo
oggi fino a che punto il linguaggio che ciascuno si trova a dover
parlare condizioni e foggi lo stile e la struttura del suo
pensiero e della sua esperienza; e sappiamo che gli stessi
processi cogitativi non sono altro che una riproduzione interiore
di rapporti sociali, un colloquio interiore che si svolge sullo
schema di dialoghi avvenuti precedentemente nel mondo esterno. Ed
 in ci che si fonda la possibilit stessa dell'educazione. Ma
perci stesso l'educazione nel dar forma ed espressione alla
nostra esperienza, pu anche costituire la principale fonte di
limiti intellettuali. Perci, dato che il senso delle alternative
 appunto quello di costituire una garanzia contro tali limiti,
l'educazione non deve soltanto trasmettere una cultura, ma deve
anche portare a contatto con visioni del mondo diverse da quella
cultura, e spingere l'individuo ad esplorarle. [...].
Secondo il Dewey, che concludeva cos il suo primo articolo di
fede, l'educazione deve partire da un'introspezione psicologica
delle capacit, degli interessi e delle abitudini del fanciullo;
ma un punto di partenza non  un itinerario. Sacrificare l'adulto
al fanciullo non  errore diverso da quello di sacrificare il
fanciullo all'adulto; ed  pia illusione o vuoto sentimentalismo
ritenere che l'insegnamento a vivere possa essere sempre adattato
agli interessi del fanciullo, cos come  un vuoto formalismo
sforzare il fanciullo a ripetere pedissequamente le formule della
societ degli adulti. D'altronde, poich  possibile creare e
destare interessi nel fanciullo, ed in questo ambito si pu ben
dire che l'offerta crea la domanda e che la sfida costituita dalla
raggiungibilit di un fine suscita la risposta, si debbono fornire
al fanciullo mezzi pi prensili, pi efficaci, pi sottili, per
aiutarlo a conoscere il mondo e se stesso.
La scuola  l'ingresso nella vita della ragione. E, certamente,
vita essa stessa, e non mera preparazione alla vita; tuttavia 
uno speciale tipo di vita, accuratamente programmato al fine di
sfruttare al massimo quegli anni ricchi di possibilit formative
che caratterizzano lo sviluppo dell' homo sapiens e che
distinguono la specie umana dalle altre. La scuola non dovrebbe,
quindi, limitarsi ad assicurare una semplice continuit con la
societ che l'attornia o con l'esperienza quotidiana. Essa 
quella particolare comunit in cui si fa l'esperienza di scoprire
le cose usando l'intelligenza ed in cui ci si introduce in nuovi e
mai immaginati campi di esperienze; di un'esperienza che non ha
rapporto di continuit con quella precedente, come accade
allorch, per la prima volta, si comprende un poema o la bellezza,
la forza e la semplicit implicite nell'idea dei teoremi sulla
conservazione dell'energia; nell'idea, cio, che nulla si
distrugge ma tutto si trasforma, e che si tratta di una legge
universalmente applicabile. Se v' poi una esigenza di continuit
con l'esperienza quotidiana nel processo educativo, questa
consiste soprattutto nel convertire la fiducia del fanciullo
nell'onnipotenza del pensiero, nella fiducia realistica di potersi
servire del pensiero al modo degli uomini di azione.
Insistendo sul carattere di continuit che la scuola ha da un lato
con la societ e dall'altro con la famiglia, John Dewey
sottovalut la speciale funzione dell'istruzione come
introduttrice a nuove prospettive. Infatti, se la scuola fosse
soltanto una zona di passaggio dalla intimit della famiglia alla
vita sociale, il suo compito sarebbe assai semplice: in proposito
potrebbe essere molto interessante richiamarsi ai sistemi
educativi delle societ primitive, dove gi era ben noto come la
pubert sia un momento di profonda trasformazione, contraddistinto
da un  rite de passage  avente l'effetto di delimitare un rigido
confine tra le forme di vita dell'infanzia e quelle della
fanciullezza.
Ma sarebbe un romantico controsenso pretendere di foggiare i
nostri sistemi sull'esempio di quelli di societ precivili: il
richiamo intende soltanto essere un invito a fissare l'attenzione
su talune affinit che quelle culture offrono con la nostra:
l'educazione stabilisce una precisa distinzione tra il fanciullo e
l'adulto, e riconosce che il passaggio all'et matura richiede una
introduzione a nuovi campi di esperienza, la scoperta e
l'esplorazione di nuovi misteri e la conquista di nuove forme. E'
qui che l'educazione diviene attraente ed incontra la sua
ricompensa. [...].

Le idee organizzatrici dell'esperienza nell'economia del processo
d'apprendimento.
Ora, tale sapere  una costruzione esemplare che ha il fine di
dare un significato a motivi costanti incontrati nella esperienza
e di inserirli in una struttura. Le idee organizzatrici di un
qualsiasi insieme di conoscenze sono scoperte che mirano a
connettere e semplificare l'esperienza: in fisica si  scoperta
l'idea di forza, in chimica quella di combinazione, in psicologia
l'idea di motivazione, in letteratura quella di stile, al fine,
sempre, di avere strumenti di comprensione. La storia della
cultura  la storia dello sviluppo delle grandi idee organizzative
o strutturali, idee che inevitabilmente derivano da giudizi e da
ipotesi sempre pi profondi sull'uomo e sulla natura.
L'efficacia delle grandi idee organizzatrici non consiste soltanto
nell'aiutarci a comprendere, e talvolta a prefigurarci o a
modificare il mondo in cui viviamo, ma anche nel fornirci gli
strumenti per l'esperienza. Cresciuti in un mondo culturale
dominato dalle idee di Newton, fra le quali v' l'idea del tempo
che scorre con moto uniforme, noi abbiamo esperienza del tempo
come di una freccia moventesi inesorabilmente ed uniformemente
secondo un'unica direzione; invero, noi sappiamo ora, dopo un
quarto di secolo di ricerche sulla percezione, che l'esperienza
non ci giunge diretta e limpida, ma arriva a noi filtrata dalle
precostituite disposizioni dei nostri sensi. Tali disposizioni
sono fatte dalle nostre attese, e queste, a loro volta, derivano
dalle nostre idee su ci che esiste e su ci che si ritiene debba
accadere nel futuro.
Da tutto ci possono derivare due convinzioni. La prima  che la,
struttura della conoscenza, e cio la sua connessione e le
derivazioni che fanno scaturire un'idea dall'altra,  ci che va
sottolineato nell'educazione. E' infatti tale struttura,
costituita dalle grandi scoperte concettuali che portano ordine
nelle osservazioni sconnesse, a dar significato a ci che possiamo
imparare ed a rendere possibile il dischiudersi di nuovi regni
dell'esperienza.
La seconda convinzione  che l'unit del conoscere va ricercata
nella conoscenza stessa, se questa  degna di essere denominata.
Cercare la giustificazione di un argomento di studio, cos come ha
fatto il Dewey, sulla base del suo rapporto con l'attivit sociale
del fanciullo, significa fraintendere che cosa sia il conoscere e
come questo possa essere denominato. In matematica, ad esempio, il
significato del concetto di commutativit non deriva certo dalla
intuizione sociale per cui due case abitate da 14 persone ciascuna
non corrispondono a 14 case con due persone ciascuna; esso ,
invece, implicito nel potere di un'idea di generare una maniera di
pensare i numeri con uno stile, una bellezza, una ricchezza
pratica: un'idea non meno intensa, ad esempio, del futuro
condizionale nella grammatica formale. Senza i1 concetto di
commutativit, l'algebra non sarebbe possibile. Se la teoria delle
serie, che costituisce sovente la parte introduttiva dei pi
recenti corsi di matematica, dovesse essere giustificata in
termini di relazione con l'esperienza immediata e con la vita
sociale, non varrebbe la pena di insegnarla; eppure, la teoria
delle serie pone alla comprensione dell'ordine e del numero un
fondamento che non potrebbe mai essere raggiunto con l'aritmetica
sociale, quella dei ratei di interesse e delle balle di fieno a
tanto la balla. La matematica, al pari di qualsiasi altra
disciplina, deve cominciare con l'esperienza: ma il progresso
verso 1'astrazione richiede assolutamente un continuo
allontanamento dalle ovviet dell'esperienza superficiale.
Occorre perci soffermarsi sulla preminente esigenza di una
economia massima nel processo d'apprendimento e stabilire intanto
che non sarebbe possibile  dominare  interamente una materia
neanche con una vita intera, se dominare significa prendere in
considerazione tutti i fatti, tutti gli eventi, insomma ogni
particolare. Al contrario, una materia presentata in modo da porre
in luce la sua struttura logica avr una forza generativa che
permetter all'individuo di ricostruire i particolari, o per lo
meno gli consentir di preparare uno schema funzionale dove i
particolari potranno essere sistemati via via che si
incontreranno.

I contenuti dell'apprendimento.
Che cosa dire allora della concezione convenzionale delle materie
d'insegnamento? La risposta alla domanda che cosa dobbiamo
insegnare? non sar diversa da quella che potr essere data alla
domanda Che cosa non  senza valore?. Se si potr rispondere
alla domanda Che cosa  degno di conoscenza?, non sar difficile
distinguere tra ci che vale e ci che non vale la pena di
insegnare e di imparare. La conoscenza del mondo naturale, della
condizione umana, della natura e del dinamismo, della societ, la
conoscenza del passato come fonte di esperienza per il presente e
per il futuro, sono conoscenze, per certo, che sembrano essenziali
per un uomo istruito. A queste conoscenze essenziali, si dovr
aggiungere la conoscenza delle opere d'arte pi significative per
la storia dell'estetica, motivi di meraviglia o di continuo
spirituale godimento.
A questo punto sorge per il problema riguardante il linguaggio
simbolico nei cui termini si conosce e si esprime ci che si sa.
Esiste un linguaggio naturale ed un linguaggio matematico. E non 
possibile ammettere che fra un centinaio d'anni una persona colta
non debba riuscire ad usare correttamente l'uno e l'altro
linguaggio, in quanto si tratta di strumenti essenziali per
dischiudere nuove esperienze e acquisire nuove capacit. Si tratta
quindi di insegnamenti a cui deve essere assegnato un posto
preminente in ogni corso di studi.
Infine,  vero per noi come lo era per il Dewey, che  impossibile
prefigurarci il mondo in cui vivranno i fanciulli che noi
educhiamo, e che, quindi, solo una mente ben formata ed il senso
di poter dominare il sapere, sono i veri strumenti che noi
possiamo dare loro e che resteranno validi qualsiasi
trasformazione operino il tempo e le circostanze. Il corso di
studi di una scuola ideale occorre perci sia determinato ad un
solo fine: a qualsiasi cosa lo studente sia indirizzato, si deve
far in modo che egli la approfondisca abbastanza per ricavarne il
senso che il potere mentale si accresce con l'approfondimento
della conoscenza. E' questa, pi di ogni altra, la maggiore
garanzia di sicurezza per il futuro.
Il processo educativo ed il fine a cui mira sono la stessa cosa:
il fine dell'istruzione  il sapere organizzato, e tale  anche il
processo educativo.
Possiamo intanto stabilire che l'opposto della capacit di
comprendere non  l'ignoranza o semplicemente la non conoscenza.
Per comprendere qualcosa, anzitutto, occorre rinunciare a seguire
vie disparate.
Rimanendo incerti tra una concezione ed un'altra che sembra
migliore, si cade sovente nella confusione. Ed  un fatto legato
alla nostra costituzione biologica che dalla confusione nasce
l'angoscia, e che questa angoscia ci costringe ad assumere
posizioni di difesa - all'evasione o alla ribellione o
all'indifferenza - che sono in netta antitesi con il libero e vivo
impiego della mente. L'attivit mentale, del fanciullo come
dell'adulto, pu sopportare solo una limitata quantit di
informazioni, poich la nostra apertura, come si suol dire, non
pu abbracciare contemporaneamente pi di sei o sette cognizioni
irrelate; diversamente, si crea sovraccarico, confusione, amnesia.
[...].

Contenuti, strutture e metodo d'apprendimento.
Il grado in cui il materiale dell'apprendimento  tradotto in
termini strutturali da chi apprende, determiner se costui sta
lavorando oro o scorie. Per questa ragione, come per altre a cui
si  gi accennato,  necessario che, prima di essere posto di
fronte a nozioni su nozioni in ordine ad un argomento, il
fanciullo abbia anzitutto una idea generale sul modo con cui la
materia possa essere riordinata e del sistema in cui possa essere
collocata.
Avviene sovente che la intuizione dell'idea generale si appoggi
dapprima ad una serie di esperienze e di esemplificazioni concrete
strettamente collegate con la vita del fanciullo. Il ciclo
d'apprendimento ha inizio con il particolare e l'immediato,
procede verso l'astrazione, e giunge ad una meta provvisoria
allorch l'astrazione pu venire impiegata per impadronirsi di
nuove nozioni con quella particolare profondit che essa consente.
Nei limiti del possibile, qualsiasi modo di insegnamento deve
proporsi il fine di offrire ad ogni fanciullo la possibilit di
apprendere da solo. Impartire nozioni ai fanciulli per poi
esaminarli su ci che  stato detto loro ha l'inevitabile effetto
di renderli passivi e pronti a dimenticare ogni insegnamento,
quando sia cessato lo scopo, estrinseco ad ogni processo
educativo, di appagare l'insegnante, di superare gli esami, di
inorgoglirsi artificiosamente. Mentre i mezzi per incoraggiare lo
studio sono di diverso duplice ordine: in primo luogo, il
fanciullo deve impadronirsi di ci che apprende ed inserirlo
nell'interiore mondo culturale che si viene creando per s; la
scoperta ed il senso di confidenza che ne derivano, ugualmente
importanti, costituiscono poi le vere ricompense
dell'apprendimento: e sono ricompense che, per di pi, rafforzano
il processo stesso su cui si fonda l'educazione, a cui 
connaturata una disciplinata ricerca.
Il fanciullo deve essere incoraggiato a trarre i maggiori benefici
da ci che impara. Questo non vuol dire che egli possa applicare
subito il suo sapere nella vita quotidiana, anche se ci pu
essere auspicabile; ma piuttosto che egli deve divenire sensibile
alla connessione sistematica propria del conoscere, cos che due
fatti uniti in un rapporto siano da lui considerati come un invito
a generalizzare, ad estrapolare, a spingersi oltre l'intuizione
sino ad abbozzare le prime sistemazioni teoriche.
Il passaggio dal mero apprendimento all'uso logico di ci che si 
appreso rappresenta un passo essenziale verso la maturit
intellettuale. Tirare ad indovinare su una base di plausibilit,
servirsi di un'ipotesi euristica, impiegare nel modo migliore una
dimostrazione necessaria incompleta: queste sono, invero, le
attivit nelle quali il fanciullo ha bisogno di essere esercitato
e guidato perch sono tra i pi efficaci antitodi contro la
passivit.
Di fondamentale importanza  liberare il processo educativo dalla
disonest intellettuale e dall'espedientismo a cui si ricorre per
spiegare e non far comprendere.
Altrove io ho espresso la convinzione che si pu insegnare in
forma onesta qualsiasi argomento a chiunque, in qualsivoglia et.
Non  onesto, per, presentare ad alunni di una quinta classe di
studi storici una immagine di Cristoforo Colombo non diversa da
quella del tipico adolescente americano che, nelle ore libere
dalla scuola, discorre con il suo fratello Bart di ci che c' al
di l dei mari, anche se ci consente di collegare l'insegnamento
alle pi immediate esperienze del fanciullo. Una falsit  sempre
una falsit anche se ha l'aspetto di una verit familiare. N 
onesto presentare ad alunni di una sesta classe di studi
scientifici una approssimativa, pur se concreta rappresentazione
dell'atomo, non meno falsa, a suo modo, dell'immagine di Colombo
presentata agli alunni nella classe precedente. Una falsa
spiegazione pu soltanto scoraggiare la ricerca intellettuale
autonoma, unica fonte del vero sapere.

Il rapporto scuola e societ oltre l'esperienza immediata.
Io credo che l'educazione sia il mezzo fondamentale della
trasformazione della societ. Persino le rivoluzioni non sono
migliori delle idee che impersonificano e dei mezzi che sanno
usare per realizzare tali idee.
Viviamo in un'epoca in cui i cambiamenti sono pi rapidi che mai
prima nella storia e la diffusione delle notizie ad essi relative
pressoch instantanea. Se vogliamo quindi credere seriamente in
una scuola che possa essere apprezzata per se stessa, e non quale
mera preparazione alla vita, tale scuola deve allora riflettere le
trasformazioni che veniamo vivendo.
La prima conseguenza di questa fede  che si debbono trovare i
mezzi per alimentare le nostre scuole con le conoscenze sempre pi
profonde che si vanno maturando alle frontiere della conoscenza.
E' verit elementare, questa, per gli studi scientifici e
matematici, e di fatto si stanno attualmente intraprendendo
continui tentativi per introdurre nelle scuole, elementari e
medie, nuovi metodi di conoscenza pi validi, e spesso meno
complessi di quelli gi in uso. Questo aggiornamento costante deve
per estendersi anche a campi del sapere diversi dalle scienze,
nei quali le frontiere della conoscenza non sono sempre nelle
universit o nelle ricerche di laboratorio, ma nella vita politica
e sociale, nelle arti, nella creazione letteraria e nelle rapide
trasformazioni delle organizzazioni commerciali e industriali.
Ovunque il mondo si trasforma e nell'apprendere noi dobbiamo tener
conto di ci.
Io intravedo l'esigenza di una riforma delle strutture scolastiche
e di una nuova concezione dei programmi. A tal fine, comincia anzi
a rivelarsi opportuna la creazione non di una ma di molte nuove
facolt da denominare Istituti per lo studio dei programmi
scolastici, dove gli uomini di cultura, gli scienziati, gli
uomini di affari, gli artisti si incontrino regolarmente con
insegnanti di valore per rivedere e aggiornare i nostri programmi.
E' un'attivit, questa, che trascende i limiti delle singole
facolt universitarie del nostro paese, siano esse facolt di
pedagogia, di lettere, di scienze, di medicina o di ingegneria.
Siamo gi rimasti troppo a lungo insensibili alla rapidit delle
trasformazioni nella vita contemporanea e alle conseguenze che ne
derivano per la istruzione. Noi non abbiamo condiviso con gli
insegnanti i benefici delle nuove scoperte, delle nuove
prospettive aperte alla ricerca, delle nuove conquiste raggiunte
sul piano dell'arte. Non soltanto noi abbiamo operato sinora con
la concezione della classe isolata e autosufficiente, ma altres
con quella del singolo istituto scolastico isolato ed
autosufficiente. Ed anzi, l'intero sistema scolastico  stato sino
ad oggi considerato come una organizzazione autonoma. [...].

Conclusione.
Come concluderemo dunque? Forse sar bene richiamarci ancora al
Credo di Dewey per stabilire un raffronto tra le sue e le nostre
convinzioni: l'educazione non  semplicemente trasmissione di
cultura, ma  anzitutto formazione di un potere e di una
sensibilit mentale che consentano a ciascuno di procedere da solo
alla ricerca e di costruirsi una personale cultura interiore. La
scuola  la via che apre alla vita della ragione, con tutte le
conseguenze che ci implica circa la fiducia nella possibilit di
servirsi dei propri poteri mentali al massimo e di verificare ci
che  implicito in quanto si  gi appreso.
Fine dell'educazione  la conoscenza del mondo e delle sue leggi,
conoscenza che ha una struttura ed una storia che ci consentono di
ordinare e definire l'esperienza, e di godere della sorpresa.
Il metodo di insegnamento  quello implicito in ogni attivit
conoscitiva: esso  uno sforzo ordinato e responsabile verso
l'autoapprendimento, uno sforzo per disporre ogni particolare
conoscenza in un'ordinata rappresentazione del mondo che rispetti
il particolare, ma riconosca altres che l'astrazione  essenziale
per l'intelletto.
Occorre che la scuola, per continuare ad essere alla base del
progresso sociale in un'era di cos rapide trasformazioni, trovi
mezzo di ringiovanire e trasformare l'istruzione che offre,
introducendo nei suoi programmi le nuove scoperte del nostro
tempo. Tutto ci dipende, alla fin fine, dalla capacit di
coltivare e dare espressione ai modelli di perfezione che emergono
dalla nostra poliedrica civilt.
Fini meno ambiziosi di questi non sono all'altezza della sfida che
fronteggiamo.
R. Fornaca-R. S. Di Pol, Dalla certezza alla complessit. La
pedagogia scientifica del Novecento,
Principato, Milano, 1993, pagine 329-339.
